"Due giorni fa ho compiuto trent’anni e credo di aver mosso il primo vero passo d’amore verso me stesso. Ho parlato con mio padre.
Non mi vergono ad ammettere di averlo fatto, probabilmente, per disperazione: l’importante era farlo.
Era venuto a prendermi in aeroporto. Arrivavo da Milano insieme ad Andrea e, dopo aver lasciato lui ad Aprilia, quando papà e io siamo rimasti soli, è arrivata la domanda. La più ovvia, innocua, banale domanda del mondo: „Come stai?”. Il „come stai?” di chi la risposta se la immagina, ma aspetta e rispettosamente ascolta.
Uno di quei „come stai?” dietro al quale vorrebbero irrompere altre mille domande, mimetizzate dal tono dolce di chi ti vuole veramente bene. Dalla tenerezza di quando dici molto meno di quello che stai domandando.
Il tono era preoccupato, circospetto, come sospeso, il tono di chi fa una domanda potenzialmente deflagrante. E io non ce l’ho fatta a far finta di niente e a rispondere „bene”.
Non sono riuscito a cambiare discorso in fretta, a raccontare di come sono contento che il disco sia ancora alto in classifica, dell’allegria con cui abbiamo lavorato, di quanto sarà bello tornare a fare concerti in Spagna e di come sto gia pensando a un nuovo album e a un tour in giro per il mondo. No.
Forse a trent’anni l’istinto di autoconservazione diventa prepotente e lo spirito adolescenziale di autocommiserazione per fortuna si spegne. O forse i miei giorni di esilio - da mestesso, dall’amore, dalla vita - ormai erano troppi e quel „come stai?” ne aveva decretato la fine.
Mi sono quardato dall’esterno e mi sono visto per quello che sono: un uomo solo in perenne conflitto con sestesso, che si condanna per una colpa della quale si è sempre fatto carico soffocando il dubbio che non fosse sua.. Perché non c’era verso, io la vedevo proprio come una colpa.
Chissà come mai, per una volta, ho provato tenerezza invece che rancore verso me stesso. Quale Dio mi ha concesso il miracolo di non vedermi più come il mio peggior nemico? Credo sia stato il mio Dio, quello che ho pregato con fede per anni, nonostante il timore che il primo a non accetarmi per quello che sono fosse Lui. Il Dio che non ho mai smesso di interrogare, sforzandomi di credere che – qualsiasi cosa dicano gli altri – Lui ama tutti, sempre e comunque, vittoriosi o sconfitti, felici o disperati.
Fatto sta che Dio era con me nel momento in cui ho confessato: „Non ce la faccio piu!”
Adesso so che e stato il gesto di amore piu grande che potessi concedermi, ed e vero che l’amore porta amore.
Papà ha capito, non c’è stato bisogno di spiegare niente. Mi ha detto che non dovevo più aver paura, che avevo il diritto di star bene e il dovere di non permettermi il contrario. E che chiunque mi impedisca di credere che non merito di essere felice deve stare lontano da me, perché è chi oddia cha ha l’obbligo morale di nascondersi, non chi ama.
L’amore chiama amore. Nelle mie canzoni l’ho sempre scritto eppure non me rendevo veramente conto."
(Tiziano Ferro - "Trent'anni e una chiacchierata con papà")

